Chi viola la legge deve essere “corretto”. Ma se chi deve “correggere” viola la legge? Domenica scorsa, per la prima volta ad Ocala, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha tenuto un’importante riunione con le ex detenute e le loro famiglie per dare voce alle violazioni dei diritti civili nel carcere di Lowell. Una t-shirt indossata da alcuni dei partecipanti con la scritta “I survived Lowell” per chi all’interno dell’Istituto sopravvive nonostante gli orrori. Dietro le mura di una delle prigioni più famose della Florida, infatti, un copione che purtroppo si ripete: abusi, degrado, stupri, contrabbando e corruzione. Una routine denunciata a gran voce dai presenti, anche a nome di chi invece la voce l’ha persa per la paura di subire ancora e ancora. Gli investigatori hanno aperto un’inchiesta federale e accogliendo le denunce si dicono pronti a fare la loro parte per cambiare le cose. Le storie di violenza brutale, inaccettabili a priori, sono ancora più ripugnanti in un luogo in cui il marcio della società dovrebbe ormai essere lontano per concedere una nuova possibilità.

E invece quello che vivono le donne e le adolescenti di Lowell non solo non si allontana dal peggio ma a volte lo supera. Tra i partecipanti alla giornata erano presenti Bernie Brewer e sua moglie Nancy, i genitori di una ragazza che sta scontando nove anni perché risultata positiva ad alcol test durante un fatale incidente automobilistico. Portavoce della figlia, hanno descritto l’orrore delle punizioni, sia verbali che fisiche, subite da parte degli agenti. Un carcere che ancora punisce, spaventa, abusa, violenta come può dare una nuova possibilità? Il Miami Herald ha documentato queste atroci storie in Beyond Punishment, una raccolta dove si descrivono le pratiche degli abusi, le minacce e le cure scadenti a cui sono sottoposte le ragazze. Una guardia che costringe una donna a fare sesso in cambio di un sapone, è un esempio abbastanza forte per capire quanto si tocca il fondo nelle nostre istituzioni? Un’ illegalità crudele e, a quanto descritto anche da Rachel Kalfin ex detenuta, ignorata e respinta nonostante le ripetute denunce.  Durante la riunione, un avvocato del Dipartimento di Giustizia ha sottolineato che però l’inchiesta non è un’indagine penale e che servirà ad identificare le pratiche incostituzionali per correggerle.  Le denunce sono tante, la sicurezza è poca e la voglia di giustizia cresce ogni giorno di più. Come, purtroppo, anche la paura di chi resta dietro le mura del carcere in cerca di un riscatto. Dovremmo iniziare a guardare oltre la finestra di casa e fare un passo verso quelle realtà che ci sembrano così lontane ed estranee ma che sono solo uno specchio della realtà che viviamo tutti e di cui tutti siamo responsabili. Non lasciamo che tocchino con violenza le nostre donne, ma lasciamoci toccare violentemente il cuore da quanto accade per non restarne indifferenti. Le donne, fuori e dentro il carcere, non devono più solo sopravvivere ma vivere, e a testa alta.

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